delle idee, della letteratura, delle emozioni e di quello che stai pensando ora parlo e parlerai tu che leggi
intorno e dentro i libri
spaccando e spalmando le idee, le idee su qualsiasi carta attraverso qualsiasi mezzo, anche, sì, restando in silenzio
venerdì, 20 novembre 2009
Slittamento
Il punto è che il tempo passa. Che le cose svaniscono.
Janice Galloway, Continuare a respirare, Gaffi
postato da luccone 20:17commenti categoria: paradigmi
Questione di sensibilità
Poteva avere tutti gli uomini che voleva e non me ne sarei nemmeno accorto. Io, certamente, di ragazze ne ho avute. Tutte quelle che ho voluto.
Astrov: È già un pezzo che devo andarmene, ma, ti ripeto, non me ne andrò, finché non mi avrai restituito ciò che mi hai preso.
Vojnickij: Io non ti ho preso nulla.
Astrov: Dico sul serio. Non mi trattenere. È un bel pezzo che me ne devo andare.
Vojnickij: Non ti ho preso nulla.
Dall’inizio del ventesimo secolo, e con una forte accelerazione via via che gli strumenti tecnici diventavano più accessibili, la fotografia si è democratizzata. Lo si vede in particolare nel numero sempre maggiore di fotoricordo che accompagnano i periodi di vacanza.
Riservata in un primo tempo a un’élite, talvolta molto dotata come nel caso di Jacques-Henri Lartigue, che ha lasciato degli album meravigliosi sulla belle époque, la fotografia ha riempito centinaia di migliaia di album. In tempi in cui le istituzioni si interessano sempre di più alla fotografia “anonima” o “vernacolare”, questi album sono esposti, analizzati, pubblicati e commentati, spesso con nostalgia.
Senza dubbio costituiscono un documento su epoche finite, la memoria più intima di vacanze di famiglia e di viaggi sempre più lontani ed esotici: chi non ricorda le estenuanti proiezioni di diapositive che, in autunno, riunivano la famiglia intorno alle foto dello zio o della zia abbronzati in Grecia?
Oggi con le macchine digitali e i telefoni cellulari, le immagini di vacanza catturate e trasmesse sono milioni, e raramente vengono archiviate e conservate correttamente. Chissà se nel 2080 potremo ancora consultare la memoria delle vacanze del 2009.
Christian Caujolle, “Le diapositive del 2009”, Internazionale, 3 settembre 2009
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Jacques-Henri Lartigue, Mio cugino Jean Haguet che nuota in una piscina, 1911
Sgt. Pepper's Lonely Hearts Club Band come tutti sanno è un disco fenomenale dei Beatles. Personalmente non è il mio preferito, però ogni volta che lo ascolto mi chiedo: ma perché non è il mio preferito? Ma queste sono pippe mie e non sono interessanti.
Nell'ambito del pop è considerato il disco più importante, la svolta vera. Tutti hanno poi dovuto fare i conti.
C'è una storia bella attorno al disco che mi ha emozionato. Per farlo i Beatles ebbero delle difficoltà, per vari motivi. Uno su tutti è che erano strafatti di lsd, in particolare quei due genietti lì. Ci misero un po' a finirlo, anche perché la casa discografica non è che li pressava. Come fai a pressare i Beatles? Quelli ti avrebbero riso in faccia. Sta di fatto che un bel giorno lo completarono. Per la precisione lo finirono all'alba. E che fecero? Presero la copia staffetta del disco e andarono a casa di uno dello staff che stava lì vicino. Andarono, misero su il disco, aprirono le finestre della casa, misero le casse in direzione quartiere, e pomparono Sgt. Pepper's. Alle sei del mattino. Si dice che tutti gli abitanti, incazzati immagino inizialmente, si accorsero che si trattava dei Beatles e che in particolare del loro disco nuovo. E nessuno disse niente, nessuno chiamò nessuno. Tutti ad ascoltare, e quei quattro là dietro alla finestra.
Chiudete gli occhi e immaginate la scena...
postato da vgraziani 15:59commenti categoria: maccaroni
La copertina nell'era della riproducibilità elettronica
Ho assistito alla presentazione dell'ultimo inedito di Nabokov, The Original of Laura, al centro culturale 92nd Street Y. Il biografo ufficiale di Nabokov, Brian Boyd, ha affrontato a fatica il problema della pubblicazione di un testo che l'autore aveva espressamente raccomandato di distruggere. Martin Amis, anche meno pimpante del solito, ha cavallerescamente ignorato la stroncatura di Laura uscita nel suo intervento su The Guardian un paio di giorni prima, ripetendo invece le stesse osservazioni sui riferimenti obliqui all'Olocausto nell'opera di Nabokov (e ignorando quasi del tutto il problema dell'omofobia dell'autore e il suo tormentato rapporto con il fratello gay Sergej, morto in un campo di concentramento).
Il ritmo, e il senso, della serata è stato salvato dal direttore artistico di Knopf Chip Kidd, che, dopo aver letto alcuni spassosi passaggi di lettere scritte da Nabokov ai suoi editori per lamentarsi del design delle copertine, ovviamente con minacce e insulti incredibilmente forbiti (indignato per una serie di allusive orchidee sulla copertina di Ada, la definisce "a ghastly vulva!"), ha presentato lo splendido lavoro per Laura. Il titolo del testo incompiuto, in bianco su nero, va a scomparire in una sobria dissolvenza sul lato destro della copertina. I cartoncini su cui Nabokov stava preparando Laura prima di morire sono riprodotti fedelmente all'interno, e si possono staccare e rimescolare come avrebbe fatto l'autore (vedi in proposito il commento dell'editor inglese, Alexis Kirschbaum).
Solo pochi giorni fa, John Gall, direttore artistico di Vintage, ha presentato la sua collettiva di copertine di Nabokov ispirate dalla sua passione per l'entomologia (cui hanno partecipato lo stesso Kidd e anche Dave Eggers). Ma in generale, per gli appassionati di grafica libresca, internet è un carosello continuo di archivi di copertine storiche, splendide nuove edizioni ufficiali, e design alternativi. I libri si sono sempre giudicati dalle copertine, si sa. Ma, curiosamente, questo trionfo di copertine virtuali stimola una frenesia di acquisto di copertine cartacee, da esibire con un'alterigia tutta particolare. Sono solo io a soffrirne, o è un problema comune? Che succederà alle copertine nell'era della riproducibilità assoluta e del libro elettronico?
Non esiste ancora un «Canone occidentale» per stabilire quali autori e soprattutto quali titoli possano essere considerati dei «Classici da cestino». Quello che è certo è che le librerie sono invase da inediti, carteggi, romanzi postumi di grandi scrittori del ’900. Non passa mese che non si mandi sul mercato «uno straordinario inedito», un «per la prima volta in Italia», un «mai tradotto». Il sospetto, vista la qualità, è che si tratti proprio unicamente di mercato. I casi sono i più disparati e disperati anche perché alla scoperta di inediti si affianca il fenomeno dei «classici compulsivi»: scrittori che, lanciati in Italia da piccole e medie case editrici, ora rivivono in decine di nuove edizioni nelle collane dei maggiori editori. L’ultimo caso riguarda Nabokov: a stento la raccolta di «schede» pubblicate col titolo L’originale di Laura (Adelphi) si possono considerare un romanzo. Non è un caso che l’autore, noto perfezionista, avesse chiesto agli eredi di bruciarle. E invece eccole in libreria, paragonate addirittura a Lolita. Esistono scrittori spolpati fino all’osso. Prendiamo Bukowski: il vecchio Buk, da qualche anno, vede i suoi lavori da cestino, o da cassetto nascosto, saccheggiati. Si pubblica di tutto. E in special modo le sue poesie. Basti dare una lettura a Cena a sbafo, appena pubblicato da Guanda, per chiedersi se il vecchio Buk ne avrebbe mai permesso la pubblicazione. Perché, come si legge tra i «credits», è un volume che «contiene componimenti tutti postumi». E, immergendosi tra i versi, viene naturale immaginare come queste «liriche» appartenessero più ai postumi di qualche serata andata male che ai posteri. Componimenti sospesi tra un e.e. cummings che ha sbattuto la testa contro la porta di un bar e un nuovo genere che potremmo ribattezzare «surrealismo da marciapiede», con sperimentalismi a dir poco già letti. [...] Un altro saccheggiato è John Fante, il grande scrittore italo americano: scoperto da Vittorini nell’antologia Americana, pubblicato per primo da Mondadori, poi passato a Leonardo, poi a Marcos y Marcos e Fazi che hanno contribuito moltissimo alla sua scoperta anche presso il grande pubblico, gli è stato dedicato un Meridiano e ora Einaudi ne ripubblica l’intera opera in edizione tascabile. Appena ripubblicato è Full of life, romanzo postumo e senza dubbio non tra i più riusciti, anzi. Eppure nel centenario della morte dello scrittore è descritto come il suo capolavoro, come se Chiedi alla polvere o Aspetta primavera, Bandini non fossero mai esistiti, ed è «arricchito», si legge in quarta di copertina, da «una sorprendente lettura introduttiva di Paolo Giordano». Anche a un altro grande americano, Raymond Carver, è toccata una sorte simile a Fante: prima la scoperta e il lancio di minimum fax, poi la tumulazione celebrazione nei Meridiani, e recentemente l’edizione Einaudi con il titolo I principianti della versione «originale» dei suoi racconti senza l’intervento del suo editor Gordon Lish. Apprezzabile operazione postuma per superappassionati e filologi ma quanta magia, nemmeno troppo minimalista, nel leggere di tagli e ritagli, aggiustamenti e interventi, dell’autore per cui «scrivere non è ridurre all’osso, ma al midollo»? E dopo I principianti, inizia il diluvio: sotto quindi con Vuoi star zitta per favore appena (ri)pubblicato da Einaudi. Nato postumo è, invece, Philip Dick: in vita ha pubblicato centinaia di racconti e romanzi, ma per decenni anche in Italia è rimasto ignorato o confinato nel limbo di «autore di Blade Runner». Grandissimo merito a Fanucci per averlo trasformato da autore di culto a scrittore riconosciuto anche in Italia tra i massimi geni del ’900: grazie alle idee (saccheggiate soprattutto dal cinema) non certo ad una scrittura molto spesso a dir poco scialba. Intuizioni che Fanucci ha pubblicato in ogni sorta di collana possibile (cartonato, tascabile, supertascabile, ipertascabile, fantatascabile). Non è mancato l’inedito: Il Paradiso maoista, primo romanzo scritto tra il 1949 e il 1950 da un Dick 22enne e che è proprio «il» classico da cestino perché dimostra tutti, ma proprio tutti, i limiti stilistici di Philip. Non è stato risparmiato nemmeno Robert Walser, l’autore di capolavori come I Fratelli Tanner o Jacob von Gunten: pubblicati diari, lettere, poesie. Tutto il possibile ma che, date le vette narrative di Walser, raramente ha deluso. Eppure il cestino lo scorso anno ha colpito anche lui con Il brigante, edito da Adelphi: un racconto, come si legge in seconda di copertina, che è «un azzardo ultimo alla scrittura, che prelude al silenzio». Avremmo preferito il silenzio, come del resto Walser stesso che abbandonò incompiuto il manoscritto, ma tanto vale. Sempre meglio un Walser al peggio della forma che il nuovo fenomeno dei «classici compulsivi». Autori lanciati come dei geni, non sempre si sa come né perché: sembrano usciti da un Big Bang di strane combinazioni. Si veda, ad esempio, Joe Lansdale: venerato dalla critica, divorato dal pubblico, è il classico serial killer della scrittura. Non passa mese che non esca un suo libro: una produttività sterminata. Il che non è una colpa, più che altro un mistero. Quello che ci si domanda è: non si corre il rischio che si inizi a misurare il tempo in «mesi e anni Lansdale»?
Guardò suo padre negli occhi senza abbassare lo sguardo, e restò a osservarlo più a lungo di quanto non avesse mai fatto. In fondo ai suoi occhi castani lui riusciva a vedere quel tratto di ostinazione che amava tanto e che una volta lo spaventava. “Sei morto, papà?”.
“Non lo so, amore”. Ted allungò una mano e, con la punta delle dita, toccò quella della figlia. Pur non riuscendo a percepire la morbidezza della pelle della piccola, capì che la sua doveva essere fredda o ruvida e in ogni caso diversa da com’era stata o da come sarebbe dovuta essere, perché quel contatto cancellò qualsiasi forma di intimità si fosse creata tra lui e la figlia in quella breve chiacchierata, gettando Emily in uno stato di agitazione che la portò a urlare e a dimenarsi. Non solo, corse via dalla stanza, rimbalzando contro lo stipite come la pallina di un flipper e si catapultò giù per le scale. Ted la inseguì, incrociando lo sguardo ansioso di Gloria e Perry in fondo al pianoterra. Insieme corsero in cucina e videro che la porta era spalancata. Il mondo al di fuori della casa sembrava così incredibilmente vasto e sconosciuto che quella vista li pietrificò.
La collera è rassicurante, traccia confini.
L'amore è rischioso, elimina confini.
Il perdono è pericoloso, spinge ad abbassare la guardia.
Io non l'abbasso. Metto confini.
Kari Hotakainen, Via della trincea, Iperborea
postato da grassi 16:53commenti categoria: paradigmi
Fino in fondo, di nuovo all'inizio
Il mio compito è giungere a terra con tutti gli uomini della spedizione.
Debbo tornare indietro, rifarmi alla preistoria. Ho incominciato a pensare a te svagatamente; anzi, piuttosto che oggetto di un pensiero assiduo, tu ti prestavi a riempire per un attimo, come figura, come immagine, certi piacevoli ozi della mente.
Qui si convien lasciare ogne sospetto;
ogne viltà convien che qui sia morta.
Noi siam venuti al loco ov’i’ t’ho detto
che tu vedrai le genti dolorose
c’hanno perduto il ben de l’intelletto.
[...] Questo misero modo
tegnon l’anime triste di coloro
che visser sanza ’nfamia e sanza lodo.
Mischiate sono a quel cattivo coro
de li angeli che non furon ribelli
né fur fedeli a Dio, ma per sé fuoro.
Caccianli i ciel per non esser men belli,
né lo profondo inferno li riceve,
ch’alcuna gloria i rei avrebber d’elli".